Pezzi di un Puzzle

DOVE ACQUISTARLO

Cartolibreria Diegoli di Finale Emilia

Cartolibreria Il Castello di Finale Emilia

Cartolibreria Galeotti di Finale Emilia

Libreria Papavero Giallo di Cavezzo

Se non riesci a trovarlo, contattami: info@pezzidiunpuzzle.it

PRESENTAZIONI

Mercoledì 30 luglio alle ore 21,00
Cortile delle scuole elementari di Palata Pepoli (BO)

Domenica 21 agosto alle ore 18,00
Cortile del Castello di San felice sul Panaro (MO) all’interno della Fiera

Sabato 13 settembre alle ore 21,00
Libreria Papavero Giallo di Cavezzo (MO)

Sabato 27 settembre alle ore 18,00 Cento (FE)
all’interno del programma di “Settembre Contese”

Nell’autunno saranno calendarizzate tre date,
una a Modena, una a Mirandola (MO) ed una a Sermide (MN)

PEZZI DI UN PUZZLE: IL LIBRO

CAPITOLO I

“L’esistenza non è una moda...
L’esteriorià e i pregiudizi
rimangono in superficie...
Questo libro per coloro che credono che
l’essenza umana vada cercata altrove...”

 

Capitolo I

Il pomeriggio prevedeva lezione di informatica.
Miriam, così inesperta, aveva bisogno dell’aiuto del suo nuovo amico.
Michele stava seduto sulla sedia che da ormai diversi mesi l’ospitava nelle
lunghe giornate trascorse a studiare, alcune faticose, altre più spedite come
se il tempo gli concedesse la benevolenza di scorrere senza depositare sulle
spalle troppa gravosità.
Michele attendeva quel traguardo come una meta anelata che una volta
raggiunta gli avrebbe spalancato tutto il mondo davanti, di fronte agli occhi
lucidi di commozione ed al volto orgoglioso e raggiante dei suoi genitori.
Quella laurea era un regalo a se stesso, alla sua apertura sulla vita, ma era
parallelamente un dono d’amore verso la sua famiglia alla quale regalare un
frammento di felicità.
“A volte penso tu sia una persona molto intelligente, a volte invece ...”.
Le sue parole caddero nell’aria e ad esse fecero seguito quelle di Miriam “a
volte pensi sia una completa demente!”. Solo in quel momento gli sguardi
si incrociarono trovando nella loro profondità un sorriso divertito.
Non era molto che si erano incontrati, anzi pochi giorni racchiudevano la
loro conoscenza, eppure una sintonia era nata così, all’improvviso, senza
troppi convenevoli. Le domande di rito erano venute dopo, scoprendo poco
più di loro stessi.
Davanti alla scrivania Michele tentava, a volte con disperazione, di impartire
qualche nozione sul funzionamento delle chat, un mondo a Miriam solo
parzialmente rivelato.
Le loro provocazioni si inseguivano per gran parte del tempo, un gioco al
quale erano abituati e che ad essi piaceva interpretare con disincanto.
In quella stanza, ben ordinata, appena sistemata, tutto era nuovo.
Al fianco della giovane donna, appoggiato con i gomiti sulla scrivania, parlava
un ragazzo più o meno sconosciuto in ordine di tempo ma del quale lei
percepiva un’interiorità piacevole. Mentre lo osservava nel suo insegnamento
si chiedeva se ciò che avvertiva fosse vero. Quel suo scanzonato modo di
colloquiare l’aveva coinvolta in una giostra che girava alla sua stessa velocità
ma, mentre il divertimento volteggiava, le pareva di scorgere così tanta dolcezza
dentro di lui da non riuscire a rimanere tutta rinchiusa sotto la sua
corazza, un’armatura che dalle piccole fenditure lasciava filtrare molta più
tenerezza di quanto lui dosasse.
Fu allora che fece un gesto inaspettato.
Alzò la mano quel poco che riusciva e gli sfiorò il viso. La sua mano si mosse
da sola come se il cervello in quel momento avesse battuto la ritirata. Si
fermò sulla guancia destra. Le dita l’accarezzarono leggere, un po’ timide,
un po’ timorose, tremando sotto l’impalpabile contatto.
Gli sguardi si incrociarono nuovamente e lì sembrarono fermarsi per un
tempo infinito. Come immortalati da una macchina fotografica di altri tempi,
le loro figure rimasero immobili e il contorno lievemente sfuocato del
ritratto, venne colorato da un raggio di sole entrato a salutarli dalla finestra
spalancata di fronte a loro.
Michele le sorrise, inarcando impercettibilmente gli estremi delle labbra,
che sollevandosi donarono al viso maggiore dolcezza di quanto lei avesse
mai potuto credere.
Spirava aria nuova anche per lui, in quella stanza e nella sua vita. Era la prima
volta che intratteneva un rapporto con una persona in carrozzina.
In realtà lo pensava più difficile. Miriam aveva dissipato le poche resistenze
che Michele sentiva, anche se a dire la verità non ne nutriva tante. La
carrozzina non aveva mai dato fastidio, non si era mai intromessa nei loro
discorsi, nelle lunghe chiacchierate, se ne stava buona e zitta senza disturbare.
Qualcuno si faceva condizionare da quel passeggino per adulti, che
riteneva un simbolo di dolore, di sofferenza e di tristezza. Lo aveva sentito
dire, lo avvertiva nella cultura generale, idea che Miriam gli aveva confermato
raccontando diversi episodi. Non per lui, non per Michele che aveva
fin dal primo incontro, così casuale, condiviso con Miriam la sua allegria, il
profondo senso sarcastico verso la vita e le persone, trovando nella sua nuova
amica la stessa inclinazione a sdrammatizzare, a burlarsi delle situazioni,
con una intrinseca e sincera autoironia.
Dentro quel mondo di leggerezza Michele ne parlò con Miriam e attraverso
la sincerità vicendevole avevano affrontato la situazione, compreso il timore
di lei di farsi vedere, il proprio empasse di fronte alla richiesta dell’amico di
usare la webcam per comunicare.
Quella volta fu la franchezza di Michele a creare una situazione di serenità,
lo aveva fatto con uno stile pienamente disarmante e al tempo stesso così
rassicurante da farla sentire in quel loro mondo totalmente «normale».
Lui le accarezzò la mano ancora ferma sul viso. La spostò dalla sua guancia
e posò lo sguardo sulle dita un po’ tremanti. Le osservò anche Miriam nella
danza che ora stavano facendo assieme a quelle di Michele. Si rincorrevano,
si cercavano, si lasciavano per qualche istante per tornare a toccarsi. I polpastrelli
avvertivano il calore dell’altro e in essi cominciò a sprigionarsi una
seducente energia.
Di nuovo gli sguardi, l’uno nell’altro, più eloquenti di molte parole.
Un desiderio forte, intenso, quasi incontrollabile la prese.
Era lo stesso che leggeva negli occhi di Michele, ora fissi sul viso di lei,
mentre il petto si sollevava più ampiamente lasciando che l’aria riempisse
meglio i polmoni.
Miriam si girò e al contempo Michele ruotò la sua sedia fino a trovarsi di
fronte a lei.
Le mani si intrecciarono di nuovo, portando al corpo ancora quella sensazione
di fremito energetico.
Si vollero avvicinare, ma le sedie e le ginocchia si incontrarono mantenendoli
lontani.
Un attimo di attesa li tenne in sospeso.
Miriam lasciò le mani di Michele per un istante.
“Prima lezione. Se vuoi avvicinarti a me, o più in generale ad una persona in
carrozzina, devi togliere gli ostacoli che stanno fra te e lei. Ergo, le pedane
rompono le scatole!”
Michele rise sollevato che Miriam stemperasse così il suo imbarazzo.
“E come si fa a togliere queste pedane?”
“Premi questa leva, poi fai ruotare l’appoggia piedi verso l’esterno e il gioco
è fatto!”
Michele eseguì le operazioni, e si accorse di quanto fosse semplice “Più facile
a farsi che a spiegarsi”.
Miriam sorrise e si avvicinò a lui.
“Ma non ti dà fastidio stare con le gambe non appoggiate?”
Miriam le mosse avanti e indietro “No, affatto. A volte lo faccio anche per
riposarle. Stanno sempre in quella posizione. Poverine si annoiano! Tu pensavi
mi facessero male?”
“E che ne so”.
Miriam appoggiò le mani sulle ginocchia di Michele e, con una richiesta
discreta e riguardosa, fece una leggera pressione al loro interno.
“Anche le tue gambe sono di troppo!”.
“Ma ti dà fastidio il mondo intero!”.
Michele allargò le gambe e accompagnò il movimento di Miriam fino a
quando lo spazio fu sufficiente affinché lei potesse portarsi a suo stretto
contatto.
“Adesso andiamo meglio!”
Furono molto vicini. Pochi centimetri separarono i loro corpi, distanza che
venne annullata quando Michele si sedette più in riva, sotto lo sprono teneramente
autoritario di Miriam, appoggiandosi delicatamente sulle gambe di
lei, che lo guardò accostare il viso al suo mentre le braccia le cominciarono
a cingere i fianchi fino a chiudere il loro cerchio sulla schiena.
“Sì, adesso andiamo meglio!” replicò Michele.
Miriam sporse le braccia quanto poté appoggiandole alle robuste spalle di
Michele e con la mano sinistra gli accarezzò il collo. Passò una mano dietro
la nuca e si fermò ad accarezzargli i capelli. Le dita affondarono nella loro
morbidezza assaporandone il fascino ed il profumo.
I sensi si inebriarono, nonostante quella fosse per Michele una posa sconosciuta.
“Stai scomodo?”.
“No”.
Miriam lo sentì un po’ teso.
“Teso?”.
“Io la chiamerei emozione. E poi ci sei tu a farmi da maestra”.
Miriam sorrise con il viso appoggiato alla spalla destra di Michele “Ad ognuno
la sua materia!”.
I profumi cominciarono ad unirsi, a mescolarsi, a combinarsi in una fragranza
stimolante e sensuale.
L’odore della pelle di Michele era leggero, piacevolmente fresco, intensamente
maschile.
Quanto rimasero così non lo avrebbero saputo spiegare a nessuno, ma
avrebbero rammentato a lungo e con fervida memoria il calore della loro
epidermide.
Il viso di Michele, appoggiato alla pelle vellutata di Miriam, iniziò a muoversi
inducendo le loro derma a sfiorasi vicendevolmente, godendo della delicatezza,
della pressione, dell’aroma e dell’ardore che esse sprigionavano.
Ad un tratto Miriam sentì le mani di Michele esplorarle la schiena, e anche
se questa l’aveva sempre messa a disagio per la sua pronunciata curvatura
verso destra, fra le braccia del suo nuovo amico non avvertì imbarazzo.
Gli permise di scoprire ogni centimetro del suo dorso e delle sue spalle,
lasciando che al cervello arrivassero solo le percezioni di piacere dovute al
contatto.
Lo sentì allontanarsi ritrovandosi occhi negli occhi.
L’erotismo di quel momento fu altissimo.
Cominciò a captare i segnali che emanava il suo corpo: erano chiari e forti.
Appoggiò le mani sul petto di Michele e, mentre lo guardava, infilò le dita
fra un bottone e l’altro della camicia. Sfiorò la sua pelle ritraendosi in fretta.
Lo stomaco fece un sobbalzo e nello stesso istante lui respirò profondamente.
Nel cervello di Michele si sovrapposero mille pensieri. Era nel suo studio,
con una ragazza conosciuta da poco, di cui sapeva pochissimo, e per giunta
in carrozzina. Stava seduto in riva alla sedia con il rischio di cadere da un
momento all’altro, in una posizione insolita, ad accarezzare un corpo altrettanto
anomalo nelle sue curvature, e si chiese “Che cosa sta succedendo?”.
Cercò di distinguere tutte le emozioni che dimoravano in lui, e ne scorse
così tante da non riuscire a dare a tutte quante ascolto. Era emozionato,
come lo si è fra le braccia di una donna che non sai per quale ragione ti
attira, ma era anche nervoso.
Miriam lo percepì e lo accarezzò sulla guancia.
Michele sciolse i suoi nervi.
Le loro labbra si avvicinarono come calamitate e si posarono le une nella
morbidezza delle altre.
Restarono coricati su quel letto soffice per qualche secondo, quando il desiderio
che cresceva li accompagnò in un gioco di rivelazioni.
I loro umori si manifestarono in una serie di sensazioni, di turbamenti, scoprendo
sapori, aromi, morbidezze. Come un cieco che non può vedere, gli
occhi chiusi diedero ad entrambi modo di percepire ogni singola diversità
delle loro labbra, ogni inclinazione, ogni movimento, ogni cambio di posizione,
di grado, ogni variabilità dovuta alla voglia sempre più crescente di
assaporare, di assaggiare, di guastare, di toccare, di appoggiarsi.
Si allontanarono e si ripresero all’infinito, e dopo aver conosciuto anche la
minima peculiarità sprofondarono uno dentro l’altro per poter conoscere e
carpire il gusto reciproco.
La stretta divenne totale.
Alle braccia si aggiunsero anche le labbra che sempre più desiderose si strinsero
fra loro, a volte da sole, a volte affiancate dalle lingue che si cercavano
assetate. Il loro movimento leggeva nelle menti e nelle emozioni, alternando
il ballo da lento e attento per cogliere le minuzie delle bocche bagnate e
dei tessuti molli, a più rapido e solleticante che li avvinghiò ed intrecciò.
L’eccitazione alimentava il turbamento, ma non era la prima volta che si faceva
travolgere da una ragazza. Eppure Miriam non era una ragazza qualunque,
era in carrozzina e questo gli faceva nascere delle domande. In un momento
sentì la sua voce interna chiedersi “Come mi devo muovere? Come
si può muovere? Come la devo aiutare? E se le faccio male? Cosa si aspetta
che faccia al suo posto? Come posso sostituirmi alle sue forze? Ma faccio
bene a sostituirmi a lei? E se poi faccio male? E se la offendo?”.
Fino a quel momento Michele aveva trattato Miriam con la più assoluta
normalità, come se la carrozzina fosse solo un accessorio, come una collana
o un paio di occhiali. Eppure adesso ne sentiva la presenza. Quel sedile a
quattro ruote stava togliendo la naturalezza sua e del loro rapporto.
Michele sentiva di volere di più, più di un bacio, di una carezza, e nei respiri
e negli sguardi di Miriam avvertiva lo stesso prepotente desiderio. Forse era
quella situazione a farlo essere così razionale. Un momento così delicato,
così intimo non avrebbe voluto rovinarlo per la sua inadeguatezza, o per
superficialità.
Miriam sembrava così a suo agio, così tranquilla.
Nel frattempo le mani divennero sempre più curiose, e mentre le labbra
faticavano a rimanere distanti anche solo per pochi minuti, sopra i vestiti
iniziò a delinearsi la mappatura dei loro corpi.
Le mani di Miriam ripresero una via conosciuta, già esplorata, andandosi
10 ad infilare fra i bottoni di quella camicia che per il suo candore ravvivava il
volto di Michele. Questa volta oltrepassò la sensazione di stomaco contratto
e sul suo sussulto proseguì lungo il sentiero, eliminando tutti gli ostacoli
che le impedivano di penetrare completamente dentro a quel giardino. Gli
aprì la camicia distanziandone i lembi con molta premura, senza scoprirlo
troppo, e con trepidazione si appoggiò a lui.
Il viso accarezzò il suo petto seguendo la via che le mani tracciavano, addentrandosi
con le dita dentro alla boscaglia che ricopriva la sua linea, scoprendo
un orizzonte di due isole rocciose.
Salì fino al suo collo.
Michele abbassò la testa e lei poté inalare il suo respiro.
Fu in quel momento che lui prese una decisione “Lascerò che mi guidi lei,
che mi dica quello che devo o non devo fare. In fondo è così sfacciata che
non avrebbe remore a dirmi cosa sbaglio o ad insegnarmi gesti e movimenti!”.
Michele non si accorse che le labbra gli si erano inarcate in un rivelato sorriso.
“Perché sorridi?”
Michele la baciò tenendole il viso fra le mani e Miriam capì che anche lui
voleva lo stesso privilegio per lei appena compiutosi.
Lo guardò mentre le apriva tutti i bottoni della camicetta, mentre la faceva
scendere leggera dalle spalle accarezzandola con mani aggraziate ed esperte.
Le lasciò scoperto il petto, raccolto da un raffinato reggiseno comprato il
giorno prima ed indossato per quelle ragioni che rimangono sconosciute
e misteriose. Quel mattino Miriam sentì il bisogno di infilarselo, come se
qualcosa le dicesse che qualcuno avrebbe potuto vederlo.
Sentì le mani calde ed emozionate appoggiarsi sul collo e percorrere tutto
il profilo fino all’addome, senza soffermarsi in un punto particolare; il movimento
ripercorse la stressa strada a ritroso in un viaggio lento, scorrevole,
concedendosi qualche evoluzione circolare.
Le spalline del reggiseno si abbassarono e le labbra di Michele si sostituirono
ad esse delineando ogni loro posizione.
Miriam ascoltò quei tocchi irregolari, lievi o decisi, sentendo su tutto il
corpo passare un’infinità di brividi che sembravano rincorrersi senza mai
prendersi.
Scostò Michele e gli chiese di sedersi sul fianco della sedia.
Lo stupore non rimase nascosto. Gli occhi di Michele chiedevano alla donna
di fronte a lui il motivo di quella richiesta. Un sussurro d’alito lo rassicurò
“Tranquillo, è una cosa piacevole”.
Seguì la richiesta e lei poté spostarsi dietro di lui.
Gli tolse la camicia con un gesto calmo per gustarsi la rivelazione di quel
panorama.
11
Si abbassò il reggiseno e si appoggiò delicatamente alla schiena di Michele.
Il contatto, forse inaspettato, lo fece vibrare, costringendolo a trattenere per
un attimo il fiato e ad inarcare leggermente la schiena.
La loro pelle infuocata creò un tale contatto da divenire quasi una sola, e
mentre ascoltavano la testa essere colpita da mille sensazioni di piacere, lei
gli passò le braccia attorno alla vita. Le mani iniziarono quasi un massaggio,
viaggiando sul petto ansimante, alzandosi verso le spalle ed il collo, che a
quel contatto si protrasse all’indietro. Miriam ridiscese verso il ventre, mosso
assieme al torace da un respiro sempre più carico e ritmico.
Le labbra vollero di nuovo un contatto con quell’uomo che si stava perdendo
fra le sue braccia.
Le appoggiò generose sulla parte alta della schiena e, senza staccarle mai un
attimo, esplorò ogni centimetro del suo dorso. Arrivata alla nuca cominciò
a volere qualcosa di più.
La lingua fuoriuscì sensuale e quasi avida del sapore della sua pelle.
Cominciò a giocare con essa, assaggiando con golosità le spalle e le scapole.
Inclinò Michele in avanti così che potesse raggiungere anche i suoi lombi,
e quando ebbe finito la strada battuta lo riprese a sé, per stringerlo forte al
petto.
Michele si voltò improvvisamente e l’abbracciò con impeto.
I loro toraci a contatto li fecero sussultare.
Miriam divenne solo una donna da vivere, da amare. Michele mise la mente
a riposo e si lasciò andare come un uomo sa fare solo con una donna.
Una nuova mossa lo stupì nuovamente.
Miriam accese la carrozzina, azionò il joystick, si appoggiò allo schienale
e lo abbassò. Piano piano la vide coricarsi mentre chiudeva gli occhi in un
richiamo irresistibile.
“Che figata! Questa carrozzina è una meraviglia della tecnica!”.
L’ingegnere sparì quando Miriam, aprendo gli occhi e sorridendo per la battuta,
richiamò la meraviglia che brillava nei suoi occhi verso sé.
“Ti farò vedere effetti speciali sempre più belli!”.
Michele rise “Non ho dubbi” mentre Miriam oscurava nuovamente il proprio
sguardo.
Le mani di Michele iniziarono a muoversi sulla pelle palpitante di Miriam.
Lo sentì quando le slacciò il reggiseno per lasciarlo cadere a terra.
Riaprì gli occhi per leggere quanto desiderio lo muovesse.
I tocchi diventarono più energici, più intensi.
Le venne spontaneo accarezzargli la testa per seguire i suoi movimenti dovuti
ai piccoli baci sul suo ventre.
Come se seguisse la linea indefinita dei nei disegnati sul corpo rapito, Miriam
sentì la bocca di Michele salire fino al seno e lì fermarsi, iniziando a
gustare la turgidità del suo petto, abbondante per le mani dell’uomo, che
12 si tratteneva sempre più spesso sui capezzoli induriti ed eccitati sotto le
replicate e sognate attenzioni. La lingua di Michele ne scoprì la rigidità ma
anche il desiderio, quasi la bramosia di sentirla scorrere, stuzzicare, stimolare
la sete femminile e lo struggimento della donna.
Rimase a giocare con quelle forme a lungo, almeno fino a quando la straripante
voglia di ricambiare le stesse sensazioni restò dominata.
Miriam gli sollevò il viso e gli disse “Appoggia le ginocchia sul mio sedile in
modo che anche io possa regalarti un po’ di piacere”.
“Come?” gli chiese strabuzzando gli occhi.
Miriam rise.
“Sei troppo alto per me, non arrivo da nessuna parte! Devi abbassarti”.
Michele sorrise “Insegnami”.
Miriam riassunse la posizione seduta, giocando con il basculante.
“Appoggia le tue ginocchia sul mio sedile, o almeno una gamba sola”.
Lui seguì le istruzioni come un allievo si fida dell’insegnante. Si adagiò sul
cuscino della reclinabile ma l’equilibrio era talmente precario che dopo un
paio di ondeggiamenti, seguiti con timore da Miriam, rischiò di franare a
terra se non fosse stato pronto ad aggrapparsi ai braccioli della carrozzina,
che per il peso delle batterie e dei motori, resse il colpo.
Per un secondo l’aria si fece muta, poi Miriam e Michele si guardarono ed
iniziarono a ridere.
“Tutto bene?”.
“Sì! Ma tu mi fai fare il funambolo, se me lo dicevi andavo a prendere un
po’ di lezioni al circo Orfei!”.
“Devi appoggiarti bene prima di lasciarti andare come un sacco di patate!”.
“Grazie Miri. Ma tu fai fare a tutti questi improbabili esercizi circensi?”.
“Nessuno ha mai avuto problemi, sei tu che sei imbranato!”.
Michele riprovò. Fosse stato anche solo per orgoglio, doveva riuscire. E poi
Miriam era lì, davanti a lui, parzialmente nuda, emanando un calore che
arrivava fino al suo cuore.
Il secondo tentativo andò a buon fine e Miriam si ritrovò Michele in braccio
con le ginocchia appoggiate al sedile della carrozzina e le gambe piegate per
non essere troppo alto per lei.
L’equilibrio non fu più un problema. Ancorato con una mano al bracciolo,
Michele poteva entrare dentro i capelli di Miriam ormai aderente a lui. Non
si preoccupò più nemmeno della posizione strana, ma volle concentrarsi
solo sui ripetuti baci.
La donna si cibò di quel torace, sfamandosi con il sapore, l’odore aromatico
quasi luculliano, lasciando che i sensi fossero trasportati solo dall’inebriante
e passionale bisogno di lui.
Imitò alcuni dei suoi gesti, facendo sentire alla lingua la provocante emozione
di avvertire la contrazione dei suoi capezzoli ad ogni tocco, dal primo più dolce
e delicato agli ultimi più avidi. E mentre appagava quella voglia fece scivo13
lare le mani su un’altra durezza, molto più accentuata, più definita, dentro i
pantaloni che iniziavano ad essere stretti per contenere tanta eccitazione.
Fu un tocco breve, quasi furtivo, che lasciò uscire dalla bocca di Michele un
timido gemito accompagnato da un’impercettibile affermazione.
Le sue mani presero quelle di Miriam. Le portò alla bocca e le baciò. Si chinò
su di lei, e facendola coricare sullo schienale, ancora disteso, la baciò.
Ripresero la danza delle bocche, dove labbra e lingue non si stancavano mai
di cercarsi, di volersi.
Le mani non riuscivano a stare ferme, così come ogni tanto era impossibile
non chiudere gli occhi per il profondo piacere che viveva e si muoveva dentro
di loro, esplodendo in mille tocchi e altrettanti baci.
Miriam sentì che Michele la voleva, così come lei desiderava lui.
Le mani dell’uomo si insinuavano sopra e sotto i vestiti togliendole il fiato.
I respiri si fecero animosi, frequenti, a tratti difficili.
Avvertì le mani sotto la gonna accarezzarle le cosce, concentrate esclusivamente
nella parte interna, prima di arrivare a sfiorarle appena le mutandine
e farla trasalire.
Lui la guardò felice di quella reazione e Miriam gli sorrise senza imbarazzo
e senza timore.
Continuarono a toccarsi con prudenza e con attenzione, riguardosi uno dell’altro
in quel turbine nuovo ed appena scoperto, e per prolungare quel
momento così speciale.
Probabilmente persero la cognizione del tempo perché quando qualcuno li
svegliò da quel sogno erano passate due ore.
Si rivestirono in fretta.
Michele le diede una mano a rimettere il reggiseno e Miriam gli riallacciò la
camicia. Nulla sembrò, quando la madre entrò in camera chiedendo al figlio
cosa voleva per cena. Con entusiasmo la signora invitò Miriam a rimanere;
lei declinò l’invito con garbo e rispetto.
Quando la mamma uscì i due ragazzi si guardarono allo specchio, sospinti
dall’istinto, per controllarsi. I visi erano ancora infuocati dalla passione che
quel pomeriggio li colse, li trasportò, li vide condividere una febbre seducente,
partecipi di un gioco emozionante.
Miriam si voltò verso Michele, in quel momento più affascinante che mai,
ammirandolo con occhi con i quali non l’aveva mai visto.
Lui fece altrettanto, soffermandosi sullo sguardo, e senza dire una parola le
fece capire quanto il benessere che sentiva dentro, dopo quelle ore passate
insieme, fosse vicendevole.
Il quel momento fu il loro sorriso ad illuminare la stanza.
A letto, quella sera, Michele si chiese se il suo pensare a Miriam come ad
una persona che aveva più bisogno delle altre di essere amata, fosse giusto
e veritiero. Anche il Santo Padre lo aveva detto, a conclusione dell’Anno
Europeo per le persone con disabilità. L’aveva chiamata “Benedetta voglia
14 di amare”. Ma la voglia di amare era benedetta da chiunque pervenisse ed
in chiunque ne sentisse il bisogno.
Michele si accorse che si stava perdendo.
Ritornò al pensiero iniziale.
Miriam aveva bisogno davvero di essere amata di più perché era in carrozzina?
Anche lui sentiva il bisogno di essere amato, anche fisicamente. E quel
pomeriggio si era sentito esattamente così. Allora forse Miriam stava dando
a lui quello che Michele aveva pensato di donare con esclusività. D’un tratto
la mente partorì qualcosa che non aveva mai considerato, mai pensato:
entrambi avevano voglia di amore, nella stessa misura, nella stessa maniera.
Forse per questo si erano trovati subito così empatici ed in sintonia, per quel
nascosto bisogno di affetto che avevano tratto fuori dalla tana senza paura
e senza imbarazzo, spinti solo da un forte desiderio. “Amare non è né un
diritto né un dovere. Oddio che brutto catalogarlo così!”.
Lui e Miriam erano stati così bene, si erano così emozionati, che ridurre
tutto in un’amletica domanda sociale inaridiva lo stesso Michele, ora un po’
vergognoso di aver pensato quell’affermazione.
Amare era donare se stessi quando, come, e con chi se ne aveva voglia. Niente
analisi di sociologo, niente elaborazioni psicologiche, solo l’accostarsi ad
un altro e vivere con lui qualcosa di irripetibile.
E questo valeva per disabili, normodotati, cosiddetti normali o diversi.
“Che pomeriggio strano” si disse, accoccolato sotto le coperte. Lo ripercorse
ancora una volta con la mente, ritrovando le proprie paure iniziali, le domande
che gli avevano riempito la testa, le posizioni insolite. Non si sentì
in colpa per quel po’ di timore che aveva rivelato a Miriam e che lei aveva
compreso, fatto suo ed esorcizzato con la dolcezza, la passione, e il desiderio
di lui. Lei lo aveva accettato come una cosa normale, perché in realtà era
comprensibile che Michele si facesse tutte quelle domande, e si sentisse
impacciato in una situazione per sua natura nuova.
Il piacere di stare insieme si era portato via le domande, gli imbarazzi e tutti
quegli incagli attorno ai quali era inciampata la voglia di vivere Miriam.
Nel letto di quella sera rimase solo il calore della sua pelle, l’odore dei suoi
capelli, la morbidezza dei suoi seni e la ricchezza della loro intimità.

Criselda