Il Volontariato

L'attività di volontariato, secondo la legge n. 266/91, è "quella prestata in modo personale, spontaneo e gratuito, tramite l'organizzazione di cui il volontario fa parte, senza fini di lucro anche indiretto ed esclusivamente per fini di solidarietà".


Credo che il volontariato sia molto di più di tutto questo.
E’ aprirsi agli altri, ad un mondo che non è il nostro piccolo orticello.
E’ abbandonare un po’ se stessi per portare qualcosa di buono nell’opinione pubblica, un messaggio, un ideale, una causa.
E’ promuoversi in solidarietà umana, quella che viene spontanea dal cuore.
Il volontariato per me è sempre stata una mandato, una forza alla quale non potevo resistere.
Il primo impegno di servizio fu, alla soglia dei 15 anni, il catechismo.
Fu un percorso di formazione spirituale e caratteriale importantissimo. Quei sabato pomeriggio, mentre tentavo di trasmettere la parola di Dio ai bambini, non mi accorgevo che in realtà la stavo consegnando a me stessa. Oggi so che in quelle ore fui io ad imparare di più.
L’immersione nel servizio mi portò a chiedermi quando finisce la gratuità verso gli altri e dove inizia l’appagamento di se stessi e il riempire il proprio ego di soddisfazione.
Lo chiesi al parroco di una frazione vicina, un uomo di grande cultura, di equilibrio fra spiritualità e concretezza.
Quel giorno durante la Santa Messa il pensiero bussò più forte che mai alla mia mente “Don, quando finiamo di donarci al prossimo e dove iniziamo a gratificare noi stessi?” gli domandai con la paura forte di aver superato le linee dell’amore gratuito. “Il servizio per gli altri va di pari passo con il piacere che abbiamo di aiutare gli altri. L’importante che il prossimo non diventi oggetto di sfruttamento per la nostra gloria personale!” mi rispose lui.
Fui illuminata e salvata dalla mia angoscia di essermi trasformata da strumento di Dio a strumento di me stessa.
Quelle parole, ancora una volta limpide e pure, mi rasserenarono il cuore.
Ci sono discorsi di Gibran che rievocano eloquentemente la mia riflessione, riportandomi ogni volta alla gratuità e all’autenticità del volontariato:
"Ci sono quelli che danno poco del molto che hanno e lo danno per ottenere riconoscenza, ma questo segreto desiderio guasta i loro doni. E ci sono quelli che hanno poco e danno molto. Sono proprio loro quelli che credono nella vita e nella generosità della vita e il loro scrigno non è mai vuoto. Ci sono quelli che danno con gioia, e questa gioia è la loro ricompensa. E ci sono quelli che danno con dolore, e questo dolore è il loro battesimo. E' bene dare quando si è richiesti, ma è meglio dare quando, pur non essendo richiesti, si comprendono i bisogni degli altri. Tutto ciò che hai, un giorno o l'altro sarà dato via. Perciò da' adesso, così che la stagione del dare sia la tua, non quella dei tuoi eredi." 
Il servizio in parrocchia proseguì carico di gioia e di entusiasmo che tentai di portare in tutte le esperienze nelle quali mi offrii: animazione post-cresima, campi estivi, incontri per adolescenti.
Questo impegno proseguì di pari passo con il desiderio preponderante che quasi mi schiacciava: costruire una nuova cultura dell’handicap.
Era una visione nuova della condizione disabile, del rapporto con se stessi e con la società, un’ottica che non riuscivo a trovare nei miei “colleghi”, e più mi sentivo sola, isolata o fuori dal comune, più capivo che dovevo fare qualcosa per scuotere le coscienze, per sbattere davanti agli occhi delle persone un nuovo modo di considerarci, di considerarmi.
Quante volte mi chiesi perché solo io sentivo questo bisogno, perché io volevo essere “normale” nella mia diversità?
Ero sola in questa strada, ma noncurante continuavo a percorrerla, conscia degli ostacoli, delle porte chiuse, delle fatiche e delle energie che bisognava spendere.
Talvolta però mi sentivo stanca e mi fermavo a risposare, spossata ed avvilita. Alcune pause furono lunghe e in alcuni pezzetti di strada rimasi al riparo, timorosa di nuove ferite.
Un giorno qualunque conobbi Claudio Imprudente che lavorava al Centro Documentazione dell’AIAS (Associazione Italiana Assistenza Spastici) di Bologna.
Claudio è un uomo con una disabilità fisica piuttosto importante che lo obbliga ad esprimersi con i soli occhi.
Nella sua limitazione motoria c’è un’enorme capacità di comunicazione, una personalità geniale, un’intelligenza acuta che in certe situazione mi metteva quasi in soggezione.
Entrammo in comunicazione e, come trasportata da una forza incontrastabile, iniziai a seguirlo.
Per circa un anno offrii la mia presenza a molti incontri che Claudio faceva sia con il Progetto Calamaio (progetto per le scuole nel quale portare un nuovo messaggio di diversità) sia come testimone di Fede.
Qualche tempo dopo Claudio cominciò a coinvolgermi, chiedendomi pubbliche interlocuzioni o facendomi leggere stralci dei suoi pensieri scritti, ed ogni volta andavo nel panico più assoluto. Nonostante i miei balbettii e gli interventi tutt’altro che di spessore, Claudio continuò imperterrito a stuzzicarmi nel tentativo di provocare una reazione.
Mi ci volle molto tempo per capire il suo piano. Con le sue “punzecchiature” altro non faceva che provocare la fuoriuscita di un po’ di protagonismo. In quel modo mi chiedeva di espormi in prima persona, senza rimanere sempre nascosta alle sue spalle, per portare al mondo quella parte di me stessa capace di provocare una riflessione sulla diversità.
Claudio, prima ancora di me stessa, vide nel mio personale la possibilità di intraprendere la sua stessa via, volta a portare al mondo una visione della disabilità ben diversa da quella alla quale io e lui, e altri come noi, eravamo sottoposti, nostro malgrado.
Claudio fu il mio educatore. In un anno appresi da lui più di quanto saggi e trattati mi avevano insegnato sull’ottusità della cultura societaria, ma imparai anche a guardarmi dentro con più obiettività, con meno riserve, scorgendo e valorizzando quei talenti del tutto personali. E una volta scoperti, senza paura, avrei dovuto metterli a servigio della collettività, perché essa abbisognava di quel tesoro che solo io portavo dentro.
Claudio fu il mio mentore.
Fu lui a scoprirmi, a tenermi per mano i primi giorni della mia nuova strada di vita. E quando venne il momento abbandonò la presa per lasciarmi proseguire da sola il cammino.
Il mio impegno, il più immediato, fu battermi perché Finale Emilia divenisse vivibile da ciascuno dei propri cittadini e da quanti altri volevano visitarci.
Ormai avevo acquisito una certa determinazione, indipendente anche dalla mia famiglia; il mio carattere, a volte frenato dalle insicurezze, visse in quegli anni un periodo di massimo dinamismo e risoluzione. Ne fecero le spese gli amministratori locali, attaccati anche attraverso la carta stampata. Non fu certo un momento di diplomazia o di mediazioni, atteggiamento che mi appartiene più ora; ci fu un periodo nel quale, andando spessissimo all’Ufficio Tecnico ad esporre le mie lamentele, crebbi che i tecnici avrebbero potuto assodare la malavita per rapirmi, pur di non vedermi più!
Al di là degli scherzi, in questa mia missione non elemosinai “articoli ad urto” capaci  di scuotere le istituzioni ed anche l’opinione pubblica. In fondo anche una persona qualunque poteva collaborare rilevando e segnalando problemi di barriere architettoniche. In più occasioni Elena giornalista di TRC (Tele Radio Città di Modena) fu un’alleata preziosa. La conobbi durante un’intervista nella quale pubblicizzavano l’ippoterapia portata avanti dall’associazione della quale facevo parte, e da allora quando ho bisogno di portare il mio pensiero a più persone possibili Elena, da professionista e anche da amica, corre.
L’Associazione Volontari Pro Handicappati, della quale mia madre era una dei fondatori, fu il veicolo più ovvio e autorevole per riuscire a cambiare un tratto di società, partendo proprio dal nostro paese, dalla nostra gente.
All’interno del gruppo il ruolo che maggiormente mi sentii di portare avanti fu quello di proporre sempre più iniziative, da quelle culturali a quelle di servizio, in grado di dare uno spessore crescente alla nostra istituzione e di servire efficacemente la causa.
Ripensando all’impatto avuto sull’opinione pubblica da Don Antonio Mazzi, in una conferenza dibattito a Finale, proposi l’incontro con Isabella Ceola, personaggio saltato alla ribalta della scena televisiva dopo un’intervista al Maurizio Costanzo Show.
Quella sera stavo guardando un film davanti alla tv della mia camera quando mia madre, affezionata e assidua spettatrice del talk show di Canale 5, si precipitò da me con la faccia quasi incredula. Cambiai precipitosamente canale sotto la sua pressante richiesta. Sulla doppia panchina del teatro Parioli sedeva una persona. Le dimensioni erano quelle di una bambina ma, se pur con la ripresa da lontano, capii che non era una fanciulla quella in procinto di colloquiare con il giornalista.
Le telecamere attesero che Costanzo finisse di presentare l’ospite della serata, prima di inquadrare la ragazza in primo piano. Quella che era stata un’impressione si tramutò in certezza. Isabella, seduta sorridente su quella panchina che non le permetteva di toccare terra con i piedi, era uno dei rari casi mondiali affetti da invecchiamento precoce. La domanda uscì all’unisono dalla bocca di entrambi: “Hai mai visto una cosa così?”. Io e mamma ci guardammo attendendo una dall’altra una risposta. In tanti anni di contatto stretto con l’handicap non avevamo mai incontrato un caso simile, ne avevamo sentito parlare di quella malattia.
L’immancabile fazzoletto in testa a coprire l’assenza di capelli, incorniciava lo sguardo luminoso e vispo aperto su un viso sprizzante di gioia.
Trascorsi i primi minuti d’assoluto attonito sbigottimento, fummo catturate dall’attaccamento alla vita d’Isabella che descriveva la sua esistenza con tanta fierezza e serenità da commuoverci.
Il suo corpo rifletteva il decadimento fisico dell’ultraottantenne, ma il suo spirito esprimeva tutta la vitalità di una ragazza poco più che ventenne.
Quante cose avevo in comune con Isabella! Dall’amore per la vita, alla voglia di cambiare il mondo, quella parte di creato chiuso su se stesso da essere incapace dell’accoglienza altrui come un prezioso bene della provvidenza.
Quando fu il momento di organizzare la settimana di festa sociale dell’Associazione, che oltre agli spettacoli e all’immancabile gastronomia, che da noi sarebbe un delitto non proporre ad ogni festa, presentava anche momenti di sport e di cultura, portai al Consiglio Direttivo il mio desiderio di mettere in cartellone una conferenza con Isabella.
Desideravo conoscerla. Quella sera rimasi così positivamente impressionata dalla sua verve e dal suo carattere che sentivo il bisogno d’incontrarla.
Attraverso la redazione del Maurizio Costanzo Show fui messa in contatto con lei. Chiacchierammo per molto tempo al telefono, scambiando opinioni ed esperienze, poi la invitai a casa mia per un incontro di persona.
Quella stessa domenica si teneva nel mio salotto un raduno di cantanti. Davanti ad un cabaret di cannoli siciliani e ad una montagna di gelato io, Claudio e gli amici ricordavamo i vecchi tempi passati alle “corride” nel tentativo di organizzare una serata di beneficenza.
Attesi un po’ prima di comunicare loro che per il tardo pomeriggio aspettavo anche un altro ospite. Non sapevo bene a quale reazione avrei assistito. Claudio mi sollecitò a dare la notizia in tempo per eventuali spiegazioni, rassicurazioni e abbandoni degli amici che non si fossero sentiti di affrontare un impatto con una diversità estetica così pronunciata. Raccolsi il suo consiglio con immediatezza e, ricercando le parole più adatte, raccontai d’Isabella. La prima reazione fu di mutismo poi la solarità di un amico ruppe l’attesa del verdetto “Beh, non sarà mica un mostro! Si riesce a guardarla in faccia o c’è da scappare?”. La risata fu generale, l’aria si stemperò e l’argomento della discussione ritornò ad essere la festa di beneficenza.
Io stessa ero tesa, e comprendevo lo stesso stato d’animo che provavano i miei ospiti man mano che si avvicinava l’ora dell’arrivo di Isabella. La mia preoccupazione maggiore era quella di fare la parte della stupida, con domande poco delicate, o di rendermi colpevole di sguardi irriverenti.
La naturalezza e la spontaneità di Isabella fugò ogni timore.
La conferenza si tenne nella palestra del basket del Centro Sportivo, luogo in cui, allestimmo l’intera festa.
Il palinsesto prevedeva la presenza di tre personaggi illustri nelle materie trattate, in altrettanti giorni feriali, ma solo la serata con Isabella fece il tutto esaurito.
La palestra era gremita. Le sedie non bastarono per tutti e molta gente si accontentò di rimanere in piedi per l’intera durata della conferenza. Centinaia di persone erano accorse per assistere all’iniziativa. Merito della sensibilità verso l’handicap, dell’importanza dell’argomento, o della curiosità di vedere “un fenomeno”? Fu la stessa Isabella a disilludermi quando le espressi il mio orgoglio per tanta partecipazione. Le sue parole mi ferirono. Da finalese mi vergognai che i miei concittadini fossero accorsi in massa solo per vedere com’era fatto quello che pensavano fosse un fenomeno da baraccone! Dopo un breve periodo di silenzio fra me e Isabella pensai che se tanta gente era lì, poco importava il perché, l’essenziale era sfruttare l’occasione per cambiare quella mentalità che li aveva fatti giungere in quella palestra. L’opportunità era troppo ghiotta per non sfruttarla a nostro favore, magari facendo leva sul senso di colpa che qualcuno, sentendola parlare, avrebbe provato nei confronti della propria ottusità e stupidità.
Accanto a lei mi sentii orgogliosa di condividere i messaggi che portava avanti con tanta forza e vigore.
Presentando la serata non mancai di sottolineare che la nostra speranza era quella di aver di fronte tante persone per la grande rilevanza sociale dell’argomento in questione, e non per una sola mera curiosità. Con quelle parole assistetti all’abbassarsi di molti sguardi.
Parlammo d’immagine, della sua sconfinata importanza nella società, della richiesta di perfezione che proveniva costante e incontrastata dai mass-media e dalla pubblicità, della vacuità di questa educazione, e della pericolosità degli effetti che questo bombardamento di messaggi poteva avere sulle menti della gente, in particolare sui giovani, così vulnerabili e influenzabili.
La conferenza fu intervallata di tanto in tanto da esperienze personali di entrambe correlate agli argomenti trattati. Per lo più lasciai fosse lei a raccontarsi. Di me Finale sapeva già molto, e poi tenevo particolarmente che fosse la sua comunicativa a penetrare nelle coscienze degli spettatori.
Lo spazio dedicato alle domande fu interminabile e totalmente concentrato su curiosità verso la vita d’Isabella.
Al termine di quella serata mi sentii più ricca e meno sola. Qualcun’altro era là fuori a combattere per un mondo migliore per i diversi.
Isabella morì alcuni anni più tardi, schiacciata da una malattia che piegò il suo fisico ma non certamente il suo spirito vivace e pieno di vita. Le sue ultime parole “Mamma dentro sono viva” furono emblematiche. Oggi rimangono dentro chi l’ha conosciuta, come il viso di quella ragazza così bella piena di rughe, con le mani nodose, senza capelli, incorniciata dall’immancabile bandana in testa.
Il volontariato è una risorsa impagabile se sospinto dalla generosità di darsi, dalla disponibilità verso il mondo esterno, dall’accoglienza e conseguente effusione di importanti messaggi umani.
Non mi stancherò mai di dire, però, che chiunque operi nel mondo del sociale abbisogna necessariamente di una preparazione. Questo vale anche per un volontario. Certamente la qualifica e la propedeutica debbono essere rapportati al ruolo che la persona deve ricoprire, ma ognuno per il proprio posto si deve appropriare di una certa preparazione. Anzi se ne dovrebbe sentire il bisogno. Affidarsi solo alla buona volontà e alla disponibilità è troppo semplicistico, è irresponsabile, e talvolta rappresenta anche un vero e proprio pericolo. Lavorando a contatto con delle persone, che oggettivamente vivono delle difficoltà psico-fisiche, si deve avere un piccolo bagaglio cognitivo su chi ti sta di fronte, sulla loro patologia, sulla comunicazione, sulle necessità, o si rischierà di danneggiarlo materialmente e moralmente a causa dell’ignoranza. Invece, troppo spesso in questo mondo, pur utilissimo e talvolta indispensabile, la conoscenza lascia spazio solo all’approssimazione.
Ecco perché ai nuovi o aspiranti volontari ho sempre fatto un discorso molto chiaro, che non nascondeva nulla; non per severità, non per spaventarli, non per cattiveria o per metterli alla prova, ma semplicemente per onestà, anche rischiando di sembrare dura. Ci sono delle cose da fare e che vanno fatte! Non si può pensare che andare a lavorare con dei ragazzi disabili gravi significhi leggere loro delle favole! Non basta portarli in giro come una piantina da annaffiare ogni mattina! Rapportarsi con loro vuol dire fare degli sforzi, perché molto spesso non si parla la stessa lingua. Tu parli, mentre loro comunicano con i segni o con le espressioni corporee. Possono essere tanti i modi, e il volontario deve entrare nel loro mondo, deve trovare la chiave d’accesso alla loro casa. Affiancarsi ai disabili vuol dire essere coscienti delle loro necessità, siano esse comunicative, sociali, psicologiche ma anche fisiche e assistenziali. Farlo con superficialità equivale ad una scelta irresponsabile e stupida. La chiave d’accesso non è sempre facile trovarla e talvolta, nonostante gli sforzi, non ci si riesce ugualmente.
Il discorso primario di gran parte della mia vita di volontario è stato quello dell’uguaglianza nella diversità.
La compassione non porta a sollevare il portatore di handicap ad un piano superiore rispetto a quello che la società tende a riservargli, la pietà non lo distoglie dal mancato riconoscimento di persona, la parola “poverino” non lo aiuterà a conquistarsi dignità ed uno spazio proprio nel tessuto sociale. Al contrario lo farà precipitare sempre più dentro gli abissi della cultura assistenziale e passiva.
Frasi come “ma poverino guarda com’è felice con noi, sorride così sereno!” fanno scadere il ruolo delle associazioni e il messaggio che un gruppo di persone impegnate a favore dei disabili dovrebbe portare avanti. Esatto a favore dei disabili non contro.
Da handicappata ne sono costernata, da volontaria ne sono stata avvilita. La disabilità non è un’opinione ma una reale condizione di vita. La disabilità non ti chiede di inventarti delle teorie, ma richiede il proprio riconoscimento umano e la capacità di portarlo in società come peculiarità umana e non come oggetto di compassione. Forse solo chi perde anche momentaneamente il proprio status di “normodotato” riesce a comprenderne il senso e il bisogno. E probabilmente se l’handicap è temporaneo non inciderà sufficientemente sulla vita perchè riesca a far comprendere che c’è bisogno di essere aiutati per le proprie difficoltà psico-fisiche e, contemporaneamente, essere guardati e proposti con rispetto e considerazione.
Questo mi aspetto dalle associazioni di volontariato; questo era il mio intento di operatore gratuito.
Le mie capacità non furono sufficienti perché il messaggio fosse condiviso da altri, e così il mio impegno di tanti anni finì bruscamente nel settembre 2000.
Nel buio della mia camera pensai a come non esisteva più il riconoscimento, di come la gente impieghi così poco tempo per dimenticarsi del passato per distinguersi orgogliosa nel presente.
Nel silenzio della mia stanza ripercorsi velocemente quindici anni di associazione, rivedendo i volti delle persone con le quali demmo corpo ad un sogno, demmo vita ad un ideale. Con gli occhi aperti sul soffitto scurito dal cupo della notte, ripensai ai momenti belli. In quel frangente così mesto e scoraggiante avevo bisogno di riempire il cuore con gli splendori susseguitesi in associazione, fra i ragazzi divertiti e i nostri visi orgogliosi. Ripercorsi a ritroso quegli anni e ritrovai l’amicizia di vecchia data, vivaci, esuberanti, aperti, di compagnia, dall’animo generoso e dai valori autentici.
Furono giorni amari, fu un periodo buio nel quale dovetti a forza chiudere un capitolo bellissimo della mia vita.
Da sempre ho pensato che soltanto una vita condotta per gli altri è un’esistenza che vale la pena essere vissuta, e quando hai dato tutto ciò che avevi, e forse anche qualcosa di più, sai di aver donato veramente e profondamente.
Oggi non posso rimproverarmi granché.
Ho incontrato sul mio cammino delle responsabilità e le assolte, senza paura, senza risparmi, senza deleghe, senza sgravi.
Come tutte le cose belle anche quella era finita.
Dovetti voltare pagina, smettendola di rileggere le frasi passate per scriverne delle altre.
Il mio servizio oggi non si è fermato, è semplicemente cambiato. Non è più gregario di un gruppo in volata, ma è un solitario corridore che si sospinge verso il traguardo, rispondendo quante più volte “sì” al richiamo d’aiuto di qualcuno, conoscente o estraneo che sia.
Una volta l’anno condivido con i miei familiari ed alcuni amici la soddisfazione che deriva dalla raccolta fondi Telethon. Debbo troppo a quest’ente per non regalargli alcune ore del mio tempo.
Per i restanti trecentosessanta giorni mi rendo disponibile per informazioni sull’handicap in generale e sulle sue normative, nonché nel disbrigo delle pratiche relative alla richiesta di contributi o altro.
Oggi il mio impegno di chiama politica.
Ho creduto fino a ieri che fosse una missione piccola e circoscritta, ma mi rendo conto che anche questo impegno è pur sempre un servizio: la politica è un prodigarsi  quotidiano per il bene di una comunità.
Se il servizio è il dono di sapersi donare agli altri per il loro benessere, per una migliore qualità di vita, per un futuro più sereno, per un paese che dia spazio e riconoscimento a tutti, allora anche la mia presenza in politica è un servizio; forse anche il mio impegno, giorno dopo giorno, è un servizio, perché questo nostro piccolo mondo che si espande intorno agli argini di un fiume, diventi un’oasi di pace e serenità per tutti.
Madre Teresa di Calcutta diceva sempre “non permettere mai che qualcuno venga da te e vada via senza essere migliore e più contento”. Questo ho cercato di fare nell’accoglienza dei fanciulli, nell’appuntamento con i ragazzi, nel mio incontro con i disabili, nella vicinanza con le persone. Mi sono messa a servizio degli altri mettendoci ciò che avevo dentro, ciò che ero, ciò che pensavo, ciò che sentivo. Ho cercato di dare sempre una risposta adeguata, se in realtà esiste una risposta adeguata alle richieste di amore della gente. Ho puntato su Dio e sul suo modo di usare questo corpo malandato, e questo spirito vivo ed entusiasta, per portare la povertà della mia umanità.
Ho aiutato gli altri e non mi accorgevo che stavo aiutando me stessa.

 

b

 

Un messaggio per voi
Per andare incontro agli altri, tutte le età sono buone.
Fatelo senza paura, con generosità e con entusiasmo. Non ve ne pentirete!

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