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Il Mio Puzzle
Raccontare se stessi non è mai facile, senza annoiare chi ti riserva l’attenzione, senza risultare banali ma soprattutto riuscendo a dare anima alle parole perché riescano a raccontare perfettamente ciò che sei, per arrivare davvero alle persone anche quelle che non ti conoscono.
Il 22 dicembre di 38 anni fa ho spalancato gli occhi su questo mondo.
Quel giorno iniziai la mia vita: una bella vita!
Le carte che mi sono state date non erano delle migliori ma grazie ad un po’ di talenti naturali e all’aiuto della mia famiglia il gioco è volto a mio favore.
Fin dal primo giorno ho avuto un unico nemico: AMIOTROFIA MUSCOLARE SPINALE.
Il nome completo ha tante altre sillabe in più ma diventa così complesso da spaventare ancor più di quello che in realtà è.
Per questo ve lo risparmio!
Raccontandovi della mia vita, non voglio però dare troppo spazio alla mia malattia, alla disabilità che ne consegue, esattamente come nel trascorrere degli anni non ho voluto mai lasciarle troppo terreno. La nostra è una battaglia che combattiamo ogni giorno, e con stupore anche dei medici i round vittoriosi sono a parimerito.
E’ ovvio che l’handicap ha condizionato alcune mie scelte, ma credo che ognuno di noi sia influenzato da qualcosa che ci dirotta su altre strade, magari diverse da quelle che vorremo percorrere.
E’ indubbio che oggi, momento in cui la malattia si è impossessata della gran parte del mio corpo, ci siano momenti difficili da affrontare, ma chi non ne ha nella vita?
Ecco perché a tutti chiedo non di ignorare la mia disabilità, che sarebbe sbagliato perché io sono un’handicappata, ma semplicemente di rapportarsi con me, Cristiana, persona, e non con il mio handicap.
Dio ha ampiamente compensato la “croce” che mi ha dato ricolmandomi di beni preziosi, primi fra tutti le persone.
Innanzitutto i miei genitori.
Non hanno ali, non hanno auree dorate intorno. Non sono anime senza corpo venute da un mondo lontano. Non conoscono il paradiso. Ma sono creature celesti.
Angeli di vita: la mia.
Mi hanno soffiato dentro quell’insieme di esistere, essere, sentire, provare, e capire.
Sono sgorgata da loro come una fresca acqua discende dalla sorgente, lassù in alto, dove arrivare con fatica e pazienza.
Hanno viaggiato con me seguendomi ad ogni passo, sostenendomi ad ogni caduta. A volte erano lontani permettendomi di camminare da sola, ma il loro sguardo non si è mai spento.
Mi hanno insegnato ad essere forte, per me e per gli altri, mi hanno consegnato le chiavi dell’indipendenza, un’autonomia che va oltre il motorio, mi hanno caricato in spalla croce e tempra, responsabilità e talenti.
A volte mi fermo a pensare cosa farei senza di loro, e improvvisamente gli occhi mi si riempiono di lacrime. Con tutta la mia volontà ripudio quella reazione che, inesorabile e impietosa delle apparenze, m’inonda il viso con la sua acqua di tristezza e disperazione. Le paure riaffiorano in superficie noncuranti della convinzione della gente che io sia una roccia incrollabile, un obelisco di sicurezza e controllo.
I genitori hanno un amore autentico paragonabile a quello di nessun altro. Accolgono quello che la vita, nei figli, gli ha regalato, e c’insegnano a fare altrettanto.
Il legame con i propri bambini, che rimarranno tali nonostante l’età, l’esperienza ed il loro cammino di scelte, è un rapporto esclusivo, intenso, così particolare che prosegue per tutta la strada distesa di fronte, a volte anche oltre questo giardino terreno.
Nella nostra famiglia c’è stato un altro anello importante: mio fratello.
Fin da piccoli il rispetto l’uno per l’altra fu un valore fondamentale da adottare e preservare. Questo faceva di noi un’invincibile corazzata alla conquista del mondo.
Luca fu formato fin dalla tenera età a prendersi cura della sorella, non solo più piccola, ma anche in difficoltà. La grande importanza che gli fu affidata nelle più svariate occasioni lo inorgogliva sfumando il peso della responsabilità. Da fratello maggiore avrebbe potuto essere un onere troppo gravoso orientare la sua vita e le sue scelte di bambino in funzione di un’altra persona, ma la grande capacità dei miei genitori fu proprio quella di trasformare questo dovere in qualcosa di cui andare fiero.
Da primogenito, inoltre, c’era da preservare anche lo spazio e le attenzioni fino allora ricevute in esclusiva e ora necessariamente più orientate verso l’individuo più piccolo e più debole della famiglia. Coinvolgere Luca nelle azioni quotidiane d’assistenza alla sorella fu il primo di tanti passi che portarono ad un’importante e solida coesione familiare.
Se pur nel bisogno che Luca mi stesse vicino e si rendesse disponibile ad aiutarmi, i nostri genitori non gli negarono mai la possibilità di esprimere la propria indole né di costruirsi la vita secondo i desideri e le aspirazioni che ovviamente era possibile assecondare.
Il principio ispiratore fu quello di responsabilizzarlo verso la particolarità della nostra famiglia e verso le sue necessità, ma, allo stesso tempo, lasciare che prendesse corpo la strada personale di mio fratello.
Imboccata questa via, a memoria non ricordo un solo episodio nel quale Luca si sia lamentato del peso di avere una sorella disabile.
Rammento, invece, che l’educazione impartita fu paritaria. Essere handicappata non mi mise in una posizione di privilegio o di superiorità: quando c’era da buscarle ce n’era per tutti e due. A onor del vero non ricordo grandi menate, se non qualche piccolo scappellotto per ripristinare la capacità di capire gli errori e ristabilire la tranquillità dell’ambiente. Mamma faceva più promesse di pagate collettive che vere e proprie azioni punitive. Bastavano poche parole severe a ricordarci che il rispetto reciproco fra fratelli era un dovere. Spesso però, nell’impeto della ramanzina, ci raccontava come con i suoi fratelli lei non si fosse mai litigata. Io e Luca ci guardavamo in faccia e ridendo ricordavamo a mamma come questo non fosse possibile visto che lei è figlia unica. La nostra pronta risposta era un disarmo infallibile che smorzava i toni del rimprovero e faceva cadere ogni intenzione punitiva. La complicità, ancora una volta, aveva sortito il suo effetto. Nelle più frequenti occasioni era così: dal principio si cercava di scaricare colpe e responsabilità sull’altro, ma poi, vedendo uno di noi due in difficoltà sotto il rimprovero genitoriale, scattava automatico il ricompattarsi delle truppe per sostenere insieme la battaglia.
Luca è sempre stato molto protettivo nei mie i confronti e nonostante siano passati gli anni, che ci vedono ora adulti e ben temprati, la sua inclinazione difensiva non è cambiata. E’ una tutela che però non soffoca, discreta e nascosta pronta a sferrarsi al momento opportuno contro chiunque si permetta di infliggermi qualsivoglia sofferenza.
Mamma me lo ha sempre detto: Luca è più buono di te.
Ed ha perfettamente ragione. La sua indole è più mansueta, e tranquilla, bonacciona e un po’ “mammona”. Io sono più dura, più coriacea, più indipendente, più selvaggia. In dialetto si direbbe “sghirbia” e con questa parola avremmo perfettamente fotografato il mio carattere.
Tante persone sono diventati rubini nelle mie bisacce, dai parenti agli amici, dai compagni di scuola ai colleghi di lavoro.
Un pezzo del mio puzzle è mio marito Claudio.
Il cielo mi ha regalato una persona con la quale costruire una famiglia mia; Dio ha voluto donarmi un altro aiuto per il mio cammino, e questa volta non ha due ruote.
E’ una persona con la quale dividere gioie e dolori, in un sostegno reciproco; due viali separati ma che proseguono paralleli tenendosi per mano.
E’ una persona datami dal cielo, è una persona da amare.
Tante grazie hanno formato il puzzle della mia vita ed una di queste è la mia disabilità.
Lo so che qualcuno stralunerà gli occhi, altri penseranno che sono matta, ma per dire ciò ho una ragione molto seria che passa necessariamente attraverso la scoperta di un altro tesoro impagabile: la Fede.
Arriva, nella vita di tutti, il momento in cui ci si sente smarriti, confusi e soprattutto non sappiamo più dare delle risposte convincenti ai grandi perché esistenziali.
La mancanza di qualcosa al centro dell’anima t’induce a chiedere a te stessa “Perché sono in questo mondo? Perché sono così? Qual è lo scopo della mia vita?”.
Questi sono stati i grandi quesiti che ad un certo punto del mio cammino mi hanno assalito mandandomi completamente in tilt.
Immancabile, poi, il punto interrogativo alla fine della frase “Perché proprio a me?”.
Ho vagabondato nel tunnel dell’esaurimento nervoso prima di trovare un responso che era sempre stato lì, davanti ai miei occhi, dentro di me, senza mai averlo avvistato o anche solo averne percepito la presenza, senza mai averlo riconosciuto.
La risposta fu la Fede.
E’ l’esistenza interiore di qualcosa, difficilmente definibile a parole, una visione della vita che ci fa credere nell’assoluto senso d’ogni giorno, d’ogni minuto, d’ogni evento, d’ogni fatica, d’ogni gioia. Questo qualcosa ci porta a pensare che la nostra esistenza non sia fatta di spot sequenziali che si susseguono come in un film fino ad arrivare all’ultima inquadratura con inciso la parola fine, ma di milioni d’istanti che Dio ha riempito di significato, d’importanza, di missione.
La mia, molto modestamente, riguarda il mio status e quello di tante altre persone che, come dico spesso, vivono “cinquanta centimetri” al di sotto degli altri.
Qualcuno potrà pensare che starsene su una carrozzina per tutti i giorni che il destino ti ha dato sia assolutamente privo di senso, ma io so che Dio mi ha dato queste quattro ruote per compagne per rendermi migliore e per testimoniare al mondo la voglia di vivere e non meramente di esistere.
Vivere è qualcosa di più del solo respirare, del tirare avanti, del trascorrere i giorni e gli anni nell’attesa della morte. Vivere è sentire. E’ sentire ogni parte del tuo corpo anche quando questo si fa nemico; è sentire la tua mente come uno strumento in grado non solo di far funzionare il motore della tua macchina fisica o di apprendere nozioni, ma qualcosa capace di concretizzare i valori della tua coscienza, di difendere, proteggere ed esaltare la tua vita; è sentire il tuo cuore battere per le emozioni e gli istinti, pulsare per amore, trasporto e passione, desiderare di dedicarti agli altri senza dimenticarti di te stesso e amare te stesso senza scordarti del tuo prossimo; è sentire la tua anima ed esprimerne le bellezze; è sentire la tua coscienza e seguirla sempre anche quando è difficile o impopolare; è sentire anche quando fa male, anche quando fa soffrire, anche quando udiamo solo delusione, dolore e amarezza.
Dio decise di rendermi la sua grazia nel periodo più difficle d’ogni uomo: l’adolescenza.
Reduce dall’esaurimento psico-fisico che mi costrinse ad abbandonare la scuola, ero sulla strada della completa guarigione quando iniziai a sentirmi veramente diversa. Fino allora non avevo subito il peso delle differenze con i miei coetanei, facevo le stesse cose, avevo le stesse paure, mi godevo i miei anni in modo spensierato. Ma alla soglia dei diciasette anni iniziò un incubo che mi avrebbe isolato in un buio immenso e opprimente per oltre un anno.
Il fardello della diversità mi assalì quando mi resi conto, ogni giorno di più, che per me non si prospettava una vita del tutto normale soprattutto dal lato sentimentale. Le mie coetanee ricevevano sempre più le attenzioni da parte maschile, sguardi e curiosità di cui io non ero mai l’oggetto. Osservavo attentamente come i ragazzi guardavano e ammiccavano le mie amiche e come loro ne fossero lusingate. I commenti di questi nuovi play-boy scivolavano su argomenti che mai mi prendevano in considerazione. La situazione era appesantita dalla presa di coscienza che quasi nessuno dei ragazzi che mi erano piaciuti mi aveva mai visto come una donna. Con alcuni di loro ero compagna d’avventure adolescenziali, con altri addirittura amica, ma mai era soffiato fra di noi il vento dell’attrazione.
Significava che non v’era possibilità che qualcuno si fosse innamorato di me? Le mie, allora, erano tutte illusioni? I ragazzi sarebbero stati gentili come sempre e solo per compassione, per rispetto o al massimo per amicizia?
Eppure io non ne ero completamente convinta. Non sapevo darle ragione.
Dopo un anno di esaurimento, dopo che già apparentemente la Fede era comparsa, toccai il fondo.
Fu così che il giorno seguente a quella tremenda, ennesima crisi, mi guardai allo specchio e chiesi a me stessa se volevo morire o continuare a vivere. Gli occhi erano infossati, il colorito cereo, il viso esanime e inespressivo. Era sparita la luce dei miei occhi che da sempre avevano brillato di gioia e d’entusiasmo. Mi guardai le spalle che se pur coperte dai vestiti lasciavano intravedere gli spigoli ossuti. Le dita da pianista avevano lasciato il posto a dieci lunghi fili, talmente sottili da poterci giocare a Shangai. I polsi, le braccia e le cosce erano minuti, privi di muscoli e carne. Erano rimasti solo ossa. Ossa ovunque, ricoperte di pelle verdognola e priva di tonicità. Fu una visione spaventosa.
Dissi a me stessa che non volevo morire. Allora m’imposi di ritornare a vivere perché quello che avevo fatto in quell’anno era solo esistere.
Mi rassicurai pensando che Dio mi aveva creato forte, e che sicuramente dentro di me c’era l’energia e la determinazione per affrontare quella prova.
Mi ricordai che per diciasette anni avevo fatto fronte a difficoltà ben più grandi di questa, e, nonostante tutto, ne ero sempre uscita vittoriosa. Ora non era diverso.
Spiegai a me stessa che quando Dio ci mette alla prova ci da contemporaneamente anche la forza per superarla.
Fu nelle profondità che rincontrai me stessa.
Le risposte le trovai nella Fede vera e profonda, quella che apre gli occhi e la mente; quella che scalda il cuore. Quella che ti parla con dolcezza e ti sprona con severità. La Fede che t’illumina il cammino e che ti aiuta a vedere lontano, nel tempo come nello spazio. La Fede che ti apre gli orizzonti e ti spalanca gli occhi di fronte alla vita, una vita da guardare fuori di se stessi.
In lei trovai il mio cammino, la mia missione, il senso profondo della mia vita.
La vissi nelle sue esagerazioni e l’amai nel suo equilibrio.
Cominciai a parlare con Dio con molta più franchezza di come si faccia con un amico. Gli parlai di me, mi confidai, litigai con Lui. A volte trascorrevo intere notti in profonda collera con quell’Essere che si era preso il libero arbitrio di darmi un corpo così difficile da gestire e da amare, ma ci furono anche i momenti di commovente intesa, come quella che ancora oggi mi fa piangere ogni qualvolta che mi accosto all’Eucarestia. Non so per quale ragione mi succede, ma so che sono timorosa del giudizio degli altri, perciò nascondo questo mio sentimento dietro agli occhiali scuri o voltando la testa dove nessuno possa vedere le lacrime inondare i miei occhi e scendere copiose sul viso, senza che io le pianga veramente. Ma non sono gocce d’amarezza bensì di una gioia immensa e senza confini indefinibile a parole.
La Fede fu una scoperta continua, fatta di momenti difficili, a volte faticosi, ma anche di giornate in cui essa mi sollevava con la sua potenza fino a farmi sentire leggera come la brezza marina d’estate, come le foglie dorate d’autunno mentre atterrano sotto gli alberi imbionditi dagli ultimi raggi del giorno.
Attraversai tutto il prato della Fede. In esso trovai le sfumature dei suoi colori, dei suoi profumi, delle tante vite che si possono trovare dentro. E alla fine incontrai una distesa verde, ampia, tranquilla, silenziosa e capii di essere arrivata al mio posto. Ero parte di quel campo di Fede e lui era parte di me.
Avevo trovato il mio legame con Dio, il luogo dove parlargli e dove Lui mi avrebbe risposto, un posto dove portare le mie miserie ed i miei talenti, un parco incantato dalla Sua luce dove sentirmi a casa.
Allora affidai la mia vita a Lui.
Da allora non ebbi più dubbi. Io ero qui, in questo spazio, in questo tempo per aiutare gli altri. Io ero così per sostenere il prossimo, anche solo con la mia presenza. Io ero stata inviata da Dio per dare forza, coraggio e speranza a chi, come me, era stato assegnato un corpo e una mente in difficoltà.
Il mio impegno, il mio esempio, la mia spensieratezza, la gioia del mio spirito, la solarità del mio carattere, la voglia di cambiare le cose, la volontà di migliorare il mondo, erano tutti strumenti datimi da Dio, i talenti sui quali costruire qualcosa di buono e d’importante per gli altri.
Qualcuno potrebbe pensare che questa Fede sia solo una sicurezza psicologica, il pane quotidiano di un’anima ferita.
Io lascio a ciascuno il diritto di pensarla come vuole, ma credo che solo chi incontra di persona la Fede possa darsi una risposta esauriente.
Alcune certezze aiutano a vivere meglio e la Fede è una solida verità della mia vita.
Oggi dopo anni di cammino penso che noi non siamo importanti solo per noi stessi, il nostro valore dipende da Dio, che ama ciascuno di noi per quello che è. Per questo non possiamo mai considerarci superflui in questo mondo.
Forse non riuscirò a cambiare la sostanza del cibo ma almeno spero di averne migliorato il sapore.
Guardandomi allo specchio, ora ho l’illusione che essere vissuta sia servito a qualcuno, e che forse qualche persona abbia visto in me un mezzo utile alla sua vita.
Questa sono io: uno strumento di Dio.
La carrozzina è la mia inseparabile compagna, quella che mi ricorda quanto sarei diversa se lei non ci fosse, quanto più sterile, egoista e superficiale mi proporrei al mondo, quando più insensibile potrei essere avendo meno strumenti per ascoltare autenticamente gli altri e capire le loro sofferenze.
Sembra un paradosso ma è proprio la carrozzina a darmi la libertà, o se vogliamo spingerci oltre, a darmi la normalità. E’ lei è la mia prima alleata. E’ lei che mi apre agli spazi aperti, è lei che mi fa camminare, correre, andare in bicicletta, ballare. E’ lei che mi regala indipendenza, autonomia, gestione dei tempi e dello spazio.
Come potrei sentirla una costrizione?
Chi mi conosce sa che uso sempre il termine camminare perché per me muovermi sulla carrozzina significa camminare. Ne percepisco la potenza, l’energia, la scioltezza, l’agilità, la rigidità o l’impossibilità. Sento il fiato corto quando faccio una corsa, l’accaldarsi del ballo, il torpore di una lunga biciclettata. Non avverto mai però la fatica. Solo questo mi fa capire che non sono io ad eseguire quei movimenti.
Molti pensano al movimento in carrozzina come ad uno sforzo. E’ esattamente il contrario. Quante volte mi è capitato che qualcuno mi dicesse “non andare tu a prendere quella cosa o ad aprire la porta. Non disturbarti ci vado io”, senza pensare che chi dei due fa meno fatica, chi s’importuna meno sono proprio io. Tanto è la carrozzina che ci mette l’energia, non io!
E’ altrettanto vero che la sedia a rotelle arriva inevitabilmente prima di me.
La gente prima di vedere me avvista le quattro ruote.
La sua immagine è più veloce di tutte le mie parole, dei miei successi, delle mie attitudini, della mia persona.
Ricordo un articolo nel quale si parlava della mia partecipazione ad uno spettacolo di piazza, nel quale l’esibizione offerta aveva riscosso grande successo. La prefazione, sintomatica, raccontava degli applausi a scena aperta ottenuti dopo l’esecuzione di New York New York da parte di Cristiana, una ragazza disabile del paese. Commentandolo assieme ad un’amica non nascosi il mio desiderio che quelle parole fossero cambiate in “Cristiana una ragazza del paese”. Anche in quell’occasione al giornalista era arrivato primo l’ausilio di me.
Nonostante mi “rubi la scena”, io amo profondamente la mia carrozzina. Se lei si fa male tendo quasi a sentire dolore anche io.
C’è un legame molto forte che ci unisce.
Lei è una parte di me, della mia anima, del mio corpo.
E’ qualcosa cui non posso rinunciare, come un affetto caro e radicato.
Lei è la mia vita, nel bene e nel male.
Ecco che mi sono smentita.
Scrivendo questo piccolo racconto dei miei 38 anni sono ricaduta sulla mia disabilità pur avendovi promesso di non lasciarle troppo spazio.
Forse perché io sono così, disabile, in carrozzina. Forse perché l’handicap è una parte preziosa di me stessa.
Una vita vissuta da disabile è una vita come tante. Forse ha prospettive diverse, angolazioni differenti ma in fondo per me è stata una vita normale.
Normale: una parola che racchiude in sé tutto e allo stesso tempo niente.
In realtà chi è un “diverso”? Chi è un “uguale”? E chi lo ha stabilito?
Sono oltre trent’anni che mi pongo questa domanda, non solo perché io faccio parte della classe dei disabili, notoriamente categoria di diversi, ma perché spesso la gente ha atteso da me una risposta ai propri dubbi, alle proprie perplessità che rimbalzano dall’educazione familiare a quella ricevuta dalla scuola o dalla religione, come una partita a tennis che vede in campo una coscienza civica a volte in contrasto con quella personale.
Negli ultimi anni sono nate numerose teorie su quest’argomento, il più delle volte dalla bocca di persone che volevano distinguersi dagli altri mostrando la loro estraneità verso certi pregiudizi correnti.
A mio avviso i disabili sono semplicemente diversi tra i diversi, o se si preferisce uguali fra i diversi; diversamente abili ma in ogni caso uguali, perché persone, fra individui comunque differenti fra loro.
Negare il fatto che siamo diversi sarebbe come negare le nostre identità.
In questo senso le differenze sono una ricchezza, come quella fra due persone qualunque, perché sono la fonte del dare e del ricevere alla base di tutti i rapporti.
Diversità sentita come uno scambio e dono di quei valori umani e spirituali che ogni uomo ha dentro di sé. E visto che ognuno di noi è diverso e quindi portatore di doni speciali, è molto importante saperli cogliere e condividere, perché ognuno di noi è bisognoso dell’altro.
E allora chi stabilisce la normalità?
Niente e tutto di normale hai trovato nelle lettere che ti ho scritto.
Questione d’opinioni? No, solo modi di essere.
Descrivere la propria vita su un foglio immacolato, affinché altri possano percepirne il sapore è molto più difficile di quanto si creda.
Pensi a cosa digitare su questa tastiera. Vedi la tua vita lì, davanti a te, ti sembra di afferrarla con le mani, di poterla imprimere su quel candore che ti guarda aspettando solo che tu gli dia una forma, un contenuto, un significato. In realtà le parole sono avare e non rendono giustizia a quanto hai vissuto o provato.
Ho pensato allora a quale messaggio mi sarebbe piaciuto lanciare dal groviglio di parole che vi ho indirizzato e sono arrivata velocemente ad una conclusione: la vita vale la pena di essere vissuta, sempre.
Anche per una come me. Anche per chi sta su una carrozzina.
Ironicamente potrei dire “Essere disabili e non sentirselo!”.
Credo che troppo spesso, e mi ci metto anch’io per prima, si presti più attenzione al lato negativo delle situazioni che a quello buono. Avessimo più capacità di vedere nelle piccole cose la bellezza, la felicità, la gioia, sarebbe una vita meno difficile!
Nelle fasi “buone” della mia vita un altro grande aiuto mi è venuto nel saper apprezzare quello che ho, senza dovere sempre rincorrere ciò che mi manca. Certo non è facile metterlo in pratica nel quotidiano, ma ricordarlo e portarlo con se come un prezioso tesoro m’invoglia a gustare le piccole cose di ogni giorno e a trovare in esse il miele della vita.
Praticare questa filosofia non è semplice.
Tutti abbiamo voglia di sognare. Chi non lo fa? Chi non desidera di avere di più, di meglio, di essere diverso, o di poter cambiare una parte della propria vita? Anche io lo faccio spesso. Sognare con costa nulla e non fa male a nessuno; sognare ci aiuta a far vivere una parte di noi che è ancora fanciulla, che respira la bellezza delle favole, che è spensierata e protetta dai dolori della vita. Ciò che conta è che tornando alla realtà sappiamo apprezzarla come prima di partire per il nostro viaggio etereo.
Un altro strumento è la virtù di fare una scala di valori umani, usandola per prendere di petto la vita, tenendo dentro di sé quella classifica pronta all’uso nelle situazioni più opportune.
Ad onor del vero non sempre mi riesce, spesso mi è risultato difficile, pesante o addirittura impossibile.
Questo lo dico perché qualcuno mi ha detto: allora tu che predichi queste cose non sei mai depressa, non sei mai in crisi, non piangi mai, non ti sei mai chiesta il perché della tua situazione?
Quanto di più falso e lontano dalla verità è questa supposizione!
Dio solo sa quanto, soprattutto negli ultimi tempi in cui le difficoltà sono aumentate, io abbia pianto. Ovunque fossi si scatenavano alluvioni di lacrime.
Dio solo sa quante volte in questa vita abbia avuto paura, paura di morire, di non essere all’altezza, di deludere, di non essere amata.
Dio solo sa quanto dolore ho provato ogni volta che i medici mi hanno dato una cattiva sentenza di salute.
Dio solo sa quante volte ho sognato di potermi alzarmi da qui per un ballo, un abbraccio o due passaggi a volley.
Dio solo sa quante volte ho imprecato e mi sono arrabbiata per la fatica di essere così o per gli eventi della vita.
Dio solo sa se toccando il fondo abbia pensato di farla finita.
Non sono una santa, non voglio sembrare superiori agli altri: racconto solo la mia esperienza e i miei pensieri.
Questo modo d’essere, questo filo di pensiero non mi rende immune da momenti difficili e avvenimenti d’abbandono. Non funziona così! Nemmeno la Fede è un lasciapassare, come se possedendola tutto fosse a posto!? E’ solo un bastone che mi sorregge quando, lungo il cammino, mi trovo a cadere in un buco della strada, che mi aiuta a farmi largo nel buio e nelle paure della via.
Mi accorgo allora che la felicità è solo la conseguenza del tuo modo di guardare alla vita, dove non è necessario capire tutto, o dare una ragione ad ogni cosa. La felicità non dipende soltanto da ciò che abbiamo ora, ma anche dalle speranze per il futuro e dai bei ricordi del passato. Il presente allora si arricchisce del passato e del futuro.
A volte è sufficiente lasciarsi trasportare dalla strada del nostro destino, in quel disegno che Dio ha voluto fare della nostra vita, pensando che esso sia la sua opera d’arte per un mondo che ha bisogno anche di noi, così come siamo, anche se qualcuno ci considera una crosta senza valore.
Solo in quel momento il tesoro di profondità che siamo diverrà una rivelazione per gli altri e per se stessi.
Solo allora io mi sono guardata allo specchio e, compiaciuta, non mi sono più sentita un diverso ma una bella differenza.
Solo allora ho sorriso alla vita.
Una bella vita.